
1. Architettura in Duomo
2. La facciata
3. Le guglie
Il monumento è unico nell’ampio panorama delle cattedrali gotiche.
L’architettura gotica nacque in Francia, favorita dal clima di benessere economico dovuto al fiorire dell’agricoltura, dell’artigianato, degli scambi commerciali (mercanti e banchieri) e ad una particolare congiuntura politico-sociale.
Il primo esempio di un impiego organico e razionale in un nuovo sistema statico e decorativo dei singoli elementi strutturali gotici, già accennati nelle chiese risalenti al maturo romanico, è la riedificazione (circa 1140) della chiesa abbaziale di Saint Denis, voluta dall’abate Suger. Ben presto, i cantieri delle cattedrali gotiche dall’Ile-de-France si diffusero nei territori francesi, germanici e boemi, poi in Inghilterra e in Spagna. Nella nostra penisola il gotico fiorì quasi un secolo più tardi nelle regioni centrali, Toscana e Umbria soprattutto, ma con caratteristiche strutturali più pacate e apparati decorativi meno drammatici nei soggetti e meno ridondanti nelle forme espressive.
Il Duomo di Milano sorge quando il gotico delle cattedrali era ormai giunto alla sua massima fioritura.
La costruzione inizia nel 1386 là dove erano situate la basilica di Santa Maria Maggiore e quella di Santa Tecla. Voluta dall’arcivescovo Antonio da Saluzzo e sostenuta dal signore della città, Gian Galeazzo Visconti, la nuova cattedrale è progettata secondo gli stilemi del gotico lombardo, trascrizione più formale che sostanziale del romanico lombardo, da cui eredita l’esperienza costruttiva, le scelte strutturali e il tradizionale materiale, il cotto.
Nella seconda metà del 1387, il Visconti prende personalmente in mano l’iniziativa per affermare in Europa il prestigio politico della sua Signoria, assegnandole il Duomo quale status symbol ovunque riconosciuto. Costituì così la Veneranda Fabbrica per la nuova progettazione e per l’edificazione della Cattedrale a somiglianza di quelle che si ergevano, solenni e ispirate, nelle capitali e nei maggiori centri degli stabili e fiorenti reami e principati d’Oltralpe. La nuova tipologia esigeva un altro materiale: lo stesso Gian Galeazzo provvide a garantire alla Fabbrica il marmo, mettendole a disposizione le cave di Candoglia.
Agli architetti nostrani, che già attendevano al cantiere, si aggiunsero molti maestri campionesi. La necessità di avere ingegneri, architetti, scultori e lapicidi esperti del gotico centroeuropeo, costrinse la Fabbrica a ricercarli nei cantieri di cattedrali di mezza Europa. Per circa vent’anni, centinaia e centinaia di maestranze straniere si aggiunsero alle nostre, portando consiglio, esperienza, capacità culturali e manualità diverse: nacque così il particolare gotico del Duomo, sicuramente modellato su quello d’oltralpe, in particolare renano e boemo, seguendone l’esempio nella verticalità delle strutture, nella spazialità del volume interno e nella fantasiosa decorazione scultorea.
Per il cantiere del Duomo furono i decenni di maggior splendore; esso divenne il centro di fusione di varie culture europee: vivace spazio di scambio delle più diverse idee, esperienze e manualità espresse da maestranze provenienti dalle regioni delimitate dai Pirenei e dai Carpazi.
In quegli anni, la forza-lavoro europea visse la massiccia immigrazione da nord a sud di alcune migliaia di lavoratori per dare il loro contributo alla cattedrale milanese, che, per questo fatto, può veramente essere ritenuta la più europea tra quelle gotiche.
Concluso nel secondo decennio del Quattrocento il flusso di mano d’opera straniera, pur con ritmi diversi dettati dalle condizioni di Milano e del contado (politiche, militari, economiche e di salute pubblica), il cantiere della Fabbrica proseguì con i criteri adottati, conservandosi sempre fedele al “principio di conformità al gotico”, almeno, fino all’arrivo a Milano dell’arcivescovo Carlo Borromeo (1565) e del suo architetto Pellegrino Pellegrini (1567). Il Concilio di Trento (1563) diede avvio, con i suoi decreti, alla Controriforma o, meglio, alla Riforma cattolica, in opposizione a quella protestante. In quest’ottica, il Borromeo ispirò i suoi interventi in Duomo alle concezioni e alle forme dell’architettura e dell’arredo ecclesiastico della Roma papale e al maturo classicismo tardo michelangiolesco, quale segno dell’unità della Chiesa milanese con quella romana e visibile riconoscimento dello stretto legame con il primato petrino. Malgrado il pacato dissenso della Fabbrica, san Carlo diede una nuova impronta all’interno del Duomo, a riguardo delle sue parti funzionali alla liturgia: il grandioso impianto architettonico del presbiterio, gli altari laterali, la cripta, il battistero, il pavimento,…Il pensiero carliano s’impose e venne ripreso dal successore Card. Federigo Borromeo anche nei primi progetti di facciata (portali e finestre), quelli del Pellegrini (1590-91) e del Richino.
Con la morte dei due Borromeo e il graduale attenuarsi della loro influenza spirituale e culturale, la fedeltà al gotico della Fabbrica non tardò ad orientarne le scelte. La stessa facciata, pur già conservando la parte inferiore realizzata sui progetti controriformisti Pellegrini-Richino, tornò ad integrarsi con l’architettura gotica dei fianchi nel progetto di Carlo Buzzi (1645) che venne ripreso e portato a termine nella sua impostazione generale, anche se semplificata e modificata da Carlo Amati (1807-14): un’architettura più statica e meno spirituale nel suo apparato decorativo, già influenzata dal clima neoclassico. Un’analoga devianza stilistica si riscontrò una quarantina d’anni prima (1765- 69) quando il tiburio venne completato dalla guglia maggiore svettante al centro di una duplice corona di esili guglie e di archi rampanti rovesci, nei quali non si fatica a ritrovare il graficismo, la nervosità e il dinamismo del tardo barocchetto milanese.
L’originale struttura del Duomo
Quando si cominciò a definire il Duomo nella sua struttura e nella definizione formale, gli architetti sicuramente non trascurarono la facciata, il cui allineamento era ancora molto distante da quanto si stava erigendo.
Per molti anni come facciata provvisoria si utilizzò quella della basilica di Santa Maria Maggiore, che la nuova cattedrale avrebbe sostituito progressivamente, demolendola man mano che i lavori progredivano.
Quando San Carlo giunse a Milano (1565) la costruzione del Duomo era giunta all’altezza della quinta campata e la navata principale si presentava chiusa dalla facciata di Santa Maria Maggiore.
Non si ha prova alcuna di un disegno di Pellegrino Pellegrini durante l’episcopato di Carlo Borromeo, anche se la questione della facciata della cattedrale fu sicuramente impostata dall’arcivescovo nei colloqui con il suo architetto di fiducia.
Con il 1590 ebbe inizio la stagione dei progetti “alla romana”, espressione di un linguaggio architettonico classico che, in aderenza alle scelte di Carlo Borromeo, sottolineava la fedeltà della Chiesa ambrosiana alla Sede apostolica in un periodo in cui la pressione protestante ai confini della diocesi milanese era molto forte. Tuttavia, contraddiceva allo stesso tempo il principio di “conformità al gotico” al quale la Fabbrica fu sempre coerentemente fedele.
Nel 1609 dopo aver studiato i diversi disegni presentati nell’ultimo decennio del Cinquecento, Federico Borromeo decretò di attenersi, per il primo ordine, al modello del Pellegrini (1592) e di avviare i lavori di costruzione che si interruppero alle finestre inferiori con la morte del Borromeo nel 1630, secondo i progetti elaborati dagli architetti Fabio Mangone e, successivamente, Francesco Maria Ricchino.
Dal 1630 il clima culturale e religioso milanese cambiò notevolmente: si attenuò la tensione riformista e l’amore per la classicità che era dei Borromeo, tanto che per la prosecuzione dei lavori del Duomo si pensò di riprendere le forme gotiche, in aderenza alla scelta stilistica originaria. Vennero così stesi i progetti dell’architetto Carlo Buzzi (1645-53) che mantenevano quanto già costruito “alla romana”, come i portali e le finestre.
Nel 1653 il Consiglio della Fabbrica decise di adottare l’ultimo progetto presentato da Buzzi, preferendolo a quello di Francesco Castelli.
Ciò non impedì ai deputati di sollecitare nuove soluzioni per la facciata: una nuova lunga fase di dibattiti generò ulteriori proposte progettuali come i disegni presentati da un anonimo padre gesuita e da Antonio Maria Vertemate Cotognola.
Solo nel 1683 iniziò la demolizione della vecchia facciata quattrocentesca e la struttura muraria del nuovo prospetto, anche se la questione della scelta di un progetto definitivo rimase in sospeso fino al 1790. In quest’anno il Capitolo scelse la proposta di Felice Soave che rivalutava in maniera semplificata il progetto di Carlo Buzzi. Dal 1791 i lavori sono stati riavviati seguendo quanto elaborato in questo ultimo progetto.
La conclusione della facciata data agli anni del Regno d’Italia dell’era napoleonica e si deve all’iniziativa del Bonaparte. La volontà reale, espressa alla vigilia dell’incoronazione e nel decreto del giugno 1805, portò al progetto Amati-Zanoja che, nell’intento di conservare le strutture architettoniche già realizzate – i pilastri che scandiscono la facciata in cinque comparti, il portale maggiore e quelli laterali, e le quattro finestre del registro superiore -, impostò su di esse un coronamento a capanna, tipicamente lombardo, corrispondente all’andamento decrescente delle volte interne. Furono così inseriti tre finestroni archiacuti nei tre comparti centrali e una galleria ad archetti pensili digradanti in corrispondenza delle falde spioventi del tetto.
Presentato il 1 gennaio 1807, il progetto divenne esecutivo: i lavori si conclusero nel 1813.
L’attuale facciata, frutto dell’eclettica mescolanza di più progetti, subì un ulteriore intervento con la modifica della falconatura che la conclude (1932).
Il profilo del Duomo che, anche da lontano, si staglia sulla città e ne segna il dato figurativo fondamentale, è caratterizzato dalle sue centotrentacinque guglie.
La guglia è elemento tipico dell’architettura gotica, particolarmente di quella ecclesiastica per l’immediata e suggestiva carica di spiritualità che trasmette grazie al suo slanciarsi verso il cielo. Fu ideata, non tanto come abbellimento, quanto come elemento partecipe della struttura statica dell’organismo architettonico; infatti, con il suo peso assialmente insistente sui contrafforti perimetrali, essa grava su di questi al disopra dell’innesto degli archi delle volte a crociera, contribuendo a contenerne le spinte orizzontali tendenti a divaricare le strutture d’appoggio. Con questa funzione, inizialmente la guglia fu di modesta altezza, poco slanciata – a volte più simile ad un torrino o ad un campaniletto a vela -, compatta e di robusta sezione; solo verso la fine del XII secolo, gradualmente abbinò all’effetto statico quello decorativo: via via prese slancio, divenne acuminata nella forma ed elaborata nell’ornato, con l’aggiunta di nicchie, ghimberghe e piramidine, più raramente di statuaria.
Tranne che nel Duomo, nelle cattedrali gotiche le guglie, che nascono dai contrafforti, si trovano solo lungo il loro perimetro; possono esservi una o due grandi guglie, altissime, in facciata, con funzione di campanili, a volte ne esistono altre due, minori, a fiancheggiare l’abside. Sovente, al centro della crociera principale o del tiburio, si eleva un’alta guglia assai sottile, di valore puramente simbolico, un completamento decorativo.
Solamente il Duomo di Milano possiede un numero così elevato di guglie, centotrentacinque. Esse s’innalzano non solo sui contrafforti perimetrali, ma anche su ogni struttura portante verticale interna (piloni) e sull’intero tiburio, ove con elegante gioco di equilibrio statico, si dispongono a corona attorno alla guglia maggiore, quella della Madonnina. Le guglie sono ricche di ornati e di statuaria d’ogni misura (vi si contano più di milleottocento statue), di nicchie e di trafori, che le rivestono di un particolare effetto plastico, accresciuto dalla mutevole vibrazione luce-ombra. La maggior parte delle guglie sono alte 17 m; ve ne sono di meno slanciate e sui quattro piloni del tiburio si elevano altrettanti alti “gugliotti”.
Si può ritenere che l’elevato numero delle guglie sia dovuto al desiderio di recuperare all’esterno, verso il cielo, la tensione spirituale – tipica del gotico – delle strutture verticali interne del Duomo, troncate dalle cornici orizzontali dei capitelli.comparti, il portale maggiore e quelli laterali, e le quattro finestre del registro superiore -, impostò su di esse un coronamento a capanna, tipicamente lombardo, corrispondente all’andamento decrescente delle volte interne. Furono così inseriti tre finestroni archiacuti nei tre comparti centrali e una galleria ad archetti pensili digradanti in corrispondenza delle falde spioventi del tetto.
Presentato il 1 gennaio 1807, il progetto divenne esecutivo: i lavori si conclusero nel 1813.
L’attuale facciata, frutto dell’eclettica mescolanza di più progetti, subì un ulteriore intervento con la modifica della falconatura che la conclude (1932).












