
1. La storia delle vetrate
2. Tecniche di produzione vetraria
3. La vetrata istoriata
4. Il restauro delle vetrate istoriate
Quest’arte, nata nelle terre franco-germaniche sul finire del primo millennio, si diffuse a seguito della graduale riedificazione, operata dall’abate Suger, della chiesa di Saint Denis. Per consentire alla luce, simbolo e riflesso Divino, di illuminare i fedeli raccolti in chiesa con il racconto della rivelazione mediante la luce-colore delle vetrate istoriate, Suger diede vita ad un inedito schema strutturale che generò una nuova tipologia architettonica, cui si deve l’affermazione del gotico delle cattedrali nei tre secoli successivi. La riforma attuata portò alla sostituzione del muro di pietra continuo che delimitava la chiesa abbaziale con il “muro di luce”, costituito da ampi finestroni aperti tra robusti contrafforti, allineati ai piloni interni. L’arte vetraria si sviluppò quindi nei tre secoli successivi fino ai trionfi di Chartres, di Notre Dame e della Sainte Chapelle di Parigi e di altre importanti cattedrali francesi, diffondendosi lungo il Reno. Attraverso la Germania e la Svizzera la vetrata istoriata giunse in Italia nel XIII secolo e in Lombardia solo alla fine del XIV sec.
La catechesi nelle cattedrali gotiche oltre alla predicazione, era affidata all’apparato scultoreo e, soprattutto, all’arte della vetrata istoriata, che andava a sostituire la funzione della pittura murale. Le vetrate divennero uno strumento ideale per la pastorale, per trasmettere ai fedeli i temi principali della Rivelazione cristiana e i suoi principi teologici e i modelli di vita rappresentati dalle storie della Vergine e dei Santi. La vetrata istoriata cioè che racconta una storia, grazie alla sua facilità di lettura, al fascino e all’illuminazione dei colori, diventò dunque una vera e propria Biblia Pauperum.
Le prime vetrate del Duomo
L’arte vetraria del cantiere del Duomo seguì pari passo le vicende edilizie. Infatti, mentre venivano svolti i lavori della sacrestia aquilonare si pose il problema di chiudere le finestre con vetrate che nel 1404 vennero affidate ad un gruppo di pittori in gran parte lombardi. La supervisione delle vetrate-campione venne affidata al massimo pittore lombardo del tempo, Michelino da Besozzo.
Nel 1405 venne conclusa la prima finestra per la sacrestia aquilonare e, due anni dopo, anche la seconda vetrata fu portata a termine. Successivamente fu bandito un concorso per l’esecuzione delle tre vetrate dei finestroni absidali. Si presentarono vari artisti: Stefano da Pandino fu scelto per la vetrata dell’Apocalisse destinata a chiudere il finestrone centrale dell’abside. Nella prima metà del ’400, tuttavia, alcune controversie sorte con la Fabbrica per inadempienze di alcuni artisti portarono ad un rallentamento dei lavori dei finestroni absidali, più volte ripresi e terminati solo alla fine del ’400. La sospensione dei lavori favorì l’intervento delle corporazioni d’arte e mestieri che offrirono le vetrate per le finestre del transetto.
Nel 1428 fu iniziata la vetrata dell’altare di San Giorgio, portata a termine da Stefano da Pandino, dedicata a Santa Caterina d’Alessandria, della quale non rimane più nulla. Con questa vetrata si conclude il periodo che vide attivi i maestri del “gotico internazionale” e ebbe inizio il periodo protorinascimentale.
Gli sviluppi dell’arte vetraria nei secoli XV e XVI
Nella seconda metà del XV sec. venne creato in Duomo un originalissimo linguaggio nell’arte vetraria, capace di tradurre le arditezze prospettiche di estrazione mantegnesca e ferrarese in una gamma cromatica di tessere vitree basate su toni fulgenti e freddi.
In questo periodo vennero realizzate le vetrate di San Giovanni Evangelista, di Cristoforo de Mottis, di San Giovanni Damasceno, di Sant’ Eligio, di Nicolò da Varallo, e di Storie del Nuovo Testamento, purtroppo andate in parte disperse. Alla fine del secolo si ebbe un arresto nell’attività vetraria del Duomo causato dai lavori di continuazione delle navate. Inoltre le vicende politiche che videro la caduta di Ludovico il Moro, accompagnate al dominio francese, segnarono un ulteriore rallentamento dei lavori soprattutto nel campo vetrario, limitati da interventi integrativi e di restauro.
Nella prima metà del Cinquecento si rese necessario un ampio programma di riordino e di risistemazione dell’intero corpus vetrario. In questo periodo ebbero varie commissioni Pietro da Velate, i fiamminghi Giorgio da Anversa e Dirck Crabeth ed emerse la personalità di Giuseppe Arcimboldi che creò numerosi cartoni per vetrate, tra cui quella di S. Caterina d’Alessandria. L’intervento di questo singolare artista e di Pellegrino Pelegrini (Vetrata dei Santi Quattro Coronati) segnò l’inizio di un nuovo modo di operare che distingueva nettamente la fase di progettazione, affidata ad un valido pittore ma inesperto di tecniche vetrarie, da quella di realizzazione, attuata da una abile maestro vetraio. Si avviò così una felice collaborazione tra l’Arcimboldi e Corrado Mochis da Colonia che, oltre a tradurre con molta abilità disegni del pittore lombardo, aggiornando le vetrate del Duomo ai moduli manieristici, realizzò proprie vetrate. Altri validi pittori si dedicarono ai vetri del Duomo come i cremaschi Carlo Urbini e Giovanni da Monte.
Nei secoli XVII e XVIII continuarono i restauri e le integrazioni. L’arte della vetrata era ormai decaduta.
Dal Romanticismo ad oggi
Il rinnovamento culturale prodottosi con il Romanticismo lombardo e con il Gothic Revival operato da Pelagio da Palagi, da Alessandro Sanquirico e da Francesco Hayez, comportò un rinnovato interesse per il patrimonio vetrario del Duomo.
In questo clima, sull’esempio di quanto si faceva in Francia nel terzo decennio del sec. XIX, prese avvio l’attività di Giovanni Battista Bertini, dei suoi figli, Giuseppe e Pompeo, e dei nipoti Guido e Achille. Questi artisti usarono con estrema abilità una vasta gamma di smalti d’ogni colore e sfumatura miscelabili e diluibili, con cui ottennero una pittura simile all’acquarello che portò ad un nuovo linguaggio nella produzione vetraria perfezionando prodotti e tecniche messe a punto a Sèvres. Essendo sempre più avvertita l’esigenza di attuare un accurato, sistematico e globale restauro del patrimonio vetrario del Duomo, l’incarico fu affidato alla bottega dei Bertini che vi operò per circa settant’anni. Fu un restauro ampiamente sostitutivo e per nulla conservativo. I Bertini eseguirono ex novo ben undici vetrate, tra le quali due absidali. Le vicende belliche comportarono lo smontaggio di tutte le vetrate, per metterle al sicuro dai bombardamenti, all’interno di un sotterraneo.
Nel secondo dopoguerra si procedette all’esecuzione delle vetrate per la facciata: la Chiesa, la Sinagoga, la Trinità, opera di Giovanni Hajnal, al quale si sarebbe affidata nel 1988 la vetrata dedicata ai Beati Cardinali Andrea Carlo Ferrari e Ildefonso Schuster.
Nel 1968, vennero eseguiti da vari artisti lombardi (De Amicis, Longaretti, Panigati, Filocamo) i cartoni di vetrata sul tema Maria Mater Ecclesiae e i Messaggi Conciliari.
Recentissima storia (1962-92) è l’imponente restauro di pulitura, consolidamento e riordino delle vetrate, notevole contributo alla salvaguardia di un patrimonio vetrario formatosi in cinque secoli.
2. Tecniche di produzione vetraria
La vetrata deve essere intesa come un insieme di tessere di vetro variamente colorate in pasta. Queste vengono poi assemblate e disposte mediante la sovrapposizione ad un disegno a tratti o sfumato, eseguito a freddo con impasto siliceo di colore grigio-bruno, detto grisaille o bistratura; esso si incorpora stabilmente al vetro di supporto mediante cottura in forno speciale a 450° -600° C.
Le tessere sono poi tra loro connesse secondo il disegno del cartone originario con profili di piombo fino a costituire un pannello rettangolare o mistilineo inserito poi generalmente in un telaio metallico di irrigidimento e supporto. Così viene collocato in opera nei finestroni, e generalmente protetto all’esterno da apposite reti o, nei casi richiesti da una più affidabile conservazione, da vetrate protettive.
L’annuncio della parola di Dio, la conoscenza della vita della Vergine e dei Santi nelle cattedrali gotiche del nord Europa, oltre alla predicazione, era visivamente affidata all’apparato scultoreo e, soprattutto, all’arte della vetrata istoriata. Questa fu una vera innovazione, nella quale i vescovi individuarono un nuovo strumento per la pastorale, perché trasmetteva ai fedeli con la suggestione della luce-colore i principali temi della rivelazione cristiana e, con essi, i suoi fondamentali principi teologici.
La magia della vetrata, già sporadicamente praticata nel proto-romanico e nel romanico, seppur con povertà di registri cromatici, è alla base dell’intuizione dell’abate Suger di Saint-Denis, la chiesa dei re di Francia. Si deve alla percezione del monaco benedettino se, nella riforma della sua abbazia, alcune soluzioni statiche – pilastri a fascio, contrafforti e archi rampanti, fino ad allora saltuariamente e con modeste dimensioni impiegati nelle chiese romaniche -, per la prima volta sono state organicamente inserite nell’ampio sistema spaziale generato da volte e archi ogivi con il compito di costituirne l’ossatura portante. Nacque così un nuovo schema strutturale che generò un’ardita e fantasiosa architettura, cui si deve nei tre secoli successivi l’affermazione delle cattedrali gotiche.
Poiché Dio parla agli uomini in una luce soprannaturale, la riforma attuata da Suger a partire dall’abside poligonale portò alla sostituzione del continuo e impenetrabile muro di pietra, delimitante la chiesa abbaziale, con il muro di luce. Questo è costituito dagli ampi finestroni aperti tra i robusti contrafforti, allineati ai piloni interni, capaci di contenere le spinte trasmesse dalle crociere e dagli archi gotici, raccolte e incanalate dai grandi archi rampanti.
Realizzata secondo i principi del misticismo filosofico dello Pseudo Dionigi l’Aeropagita (sec.V-VI), che assegna alla luce uno dei tre stadi del cammino dell’uomo verso il suo Creatore (purificazione, illuminazione, unione), la vetrata istoriata (= che racconta una storia), per facilità di lettura, diventa una sorta di Biblia pauperum, simbolo espressivo della Gerusalemme celeste (la “città di Dio” con le mura splendenti di pietre preziose), il racconto visivo con il quale Dio si manifesta al suo popolo, l’ immagine della “luce vera / quella che illumina ogni uomo” (1 Gv 1,5), cioè il Cristo, il figlio del Dio vivente. Per questi motivi, la vetrata istoriata ha titolo per essere ritenuta la radice spirituale dalla quale è fiorita e s’è diffusa l’architettura gotica.
4. Il restauro delle vetrate istoriate
La materia vetro è un solido strutturato come un liquido (liquido instabile) e che si degrada nei secoli per la presenza di acqua (pioggia, nebbia e umidità).
Tra i motivi più gravi di degrado dobbiamo anche considerare gli effetti dell’azione antropica (polveri sottili, gas inquinanti e aggressivi, piogge acide, vibrazioni del traffico..), di cause naturali (vibrazioni e lisciviazione prodotte dal vento, pioggia e nebbie, terremoti…) e di installazioni di una flora di funghi, licheni e muffe e di colonie di batteri.
Prima di intraprendere il restauro occorre conoscere questo quadro completo, anche con specifiche analisi chimico-fisiche, cui deve affiancarsi la più ampia conoscenza circa la provenienza dei vetri, l’epoca di esecuzione e l’autore-o la bottega- della vetrata, le indicazioni dei vari trattatisti del tempo, gli eventuali spostamenti del manufatto e i restauri già subiti. Non si deve poi trascurare la storia dell’edificio che ospita la vetrata e il suo microclima, il materiale di cui è fatto e lo stato del vano-finestra nel quale deve ritornare.
Dopo un primo sopralluogo, si deve procedere allo spolvero dei piombi e ad una sufficiente campagna fotografica. Una volta trasferita la vetrata, con le salvaguardie del caso, nel laboratorio di restauro si procede ad un accurato esame tessera per tessera, segnando sul rilievo a spolvero le rotture, i distacchi di grisaille, i vetri e i piombi non originali… e si procede ad una attenta documentazione fotografica.
Queste sono le fasi principali di restauro secondo la carta Corpus Vitrearum Medii Aevii: spolveratura accurata ma leggera con pennello e morbida setola (tasso), eventuale rimozione di efflorescenze di carbonato di calcio (carbonazioni) e di patine organiche con acqua deionizzata addizionata a basse percentuali (3-5%) di appositi prodotti; eventuale saldatura dei frammenti con collanti consentiti, dopo la rimozione dei piombi; sostituzione o rinforzo dei piombi non più affidabili; ripresa delle saldature a stagno tra i giunti dei piombi non più efficienti; rimozione dagli interstizi tra piombo e vetro di materiali depositatesi nel tempo e loro sigillatura con idonea stuccatura; pulitura, verniciatura con minio di piombo e vernice a finire grigio scuro dei telai esistenti di ferro, se in buono stato, altrimenti loro rifacimento in bronzo marina o acciaio inox sabbiato; ricollocazione in opera della vetrata assieme alla rete di protezione in rame.
In varie vetrate Cinqucentesche del Duomo, molte teste di grandezza quasi al vero che presentavano rotture a ragnatela tenute insieme dai piombi che rendevano illeggibili i volti, sono state ripristinate con una tecnica complessa che ha eliminato i piombi di sutura e reso perfettamente visibili le teste dei personaggi raffigurati. Il restauro conservativo delle vetrate, per ovvi motivi di organizzazione del cantiere e di sicurezza, veniva attuato contestualmente al restauro marmoreo della parete nella quale si trova il finestrone. Il restauro, lungo e meticoloso, è avvenuto nel pieno rispetto del protocollo sottoscritto, dopo l’esecuzione di un finestrone campione, tra la fabbrica e due Soprintendeze milanesi. Sono stati trattati in trenta anni (1962-1992) oltre 1700 mq di vetri istoriati, più circa 800 mq di vetri a decoro.












