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22 Giugno Giu 2017 0937 5 months ago

Il mestiere delle armi, il papa e l’artista: il racconto del monumento funerario del Medeghino

Un’opera di Leone Leoni, attribuita da Vasari a Michelangelo, che non cessa di stupire i visitatori del Duomo

Tra le tante preziosità custodite all'interno del Duomo di Milano, vi è un monumento che, apparentemente collocato in una posizione più defilata, tanto da suscitare l’impressione di celare antiche e segrete storie, attira per la sua straordinaria bellezza l’attenzione di tutti coloro che entrano all'interno della Cattedrale. Parliamo dello stupendo monumento funerario di Gian Giacomo Medici detto “Il Medeghino, singolare figura della prima metà del Cinquecento, spregiudicato capitano di ventura ed avveduto uomo dell’intrigo politico, fratello maggiore del pontefice Pio IV e zio di Carlo Borromeo, la cui biografia non potrebbe essere più differente di quella del santo nipote. Il sepolcro del Medeghino, opera di Leone Leoni, collocato nel transetto meridionale del Duomo, nei pressi dell’altare dedicato a san Giovanni Bono, ci offre la possibilità di ripercorrere brevemente la storia di questo capolavoro e la biografia indubbiamente affascinante dell’uomo d’armi.

Gian Giacomo Medici nacque a Milano nel 1498, secondo alcune fonti nel 1495. Il padre Bernardino era esattore delle imposte, mentre la madre, Cecilia apparteneva ad un'altra famiglia che non poteva dirsi nobile a tutti gli effetti. Oltre a Gian Giacomo, la coppia ebbe altri tre figli: il primo, Giovanni Angelo, divenne poi papa Pio IV; la seconda, Margherita, contrasse matrimonio con il conte Giberto II Borromeo e fu madre di Carlo Borromeo; la terza, Clara, sposò il nobile austriaco Wolf Dietrich von Ems zu Hohenems reclutatore e comandante di lanzichenecchi.

L’appellativo “Medeghino”, ossia "piccolo Medici", fu forse dovuto alla sua bassa statura e fu utilizzato anche da lui stesso in alcune firme.

Non esistono indizi di un legame con la casata fiorentina, anche se Clemente VII prima e Cosimo I poi, per riconoscimento verso i servigi militari resi da Gian Giacomo, ovvero per assicurarsi i favori del futuro pontefice Pio IV, allusero in più d'una circostanza a rapporti di parentela coi Medici milanesi, fino a concedere loro, probabilmente con la nomina a cardinale di Giovan Angelo nel 1549, l'uso del proprio stemma: le sei palle in campo d'oro.

Partendo dal fortificato castello nei pressi di Lierna, protagonista di azioni piratesche, ma soprattutto distintosi per il suo indomito spirito anti-francese, il Medeghino divenne in pochi anni il dominatore incontrastato della regione lariana, al punto che gli Sforza, per rientrare in possesso dei domini posti sulle sponde del Lago di Como, dovettero scendervi a patti. Il suo capolavoro politico fu indubbiamente il trattato stipulato il 1º marzo del 1532: il Medeghino, rinunciando a Lecco ed a Musso per 35.000 scudi, otteneva in cambio il marchesato di Marignano con l'amnistia a tutti i propri miliziani.

Riassumere in poche righe tutte le sue imprese sarebbe impossibile: fra le tante, negli anni successivi, combatté al soldo degli spagnoli in Ungheria contro i turchi, ottenendo addirittura la nomina a viceré di Boemia, tornato in Italia, si impadronì di Parma e, nel 1553, il duca di Toscana, fece ricorso ancora una volta a lui, «l’uomo più astuto che si trovasse nel mestiere della guerra» (come scrisse il Muratori), per assediare Siena.

Mantenne sempre il favore di Carlo V anche in situazioni difficili, come quando si congiurò contro di lui nel suo stesso campo. Morì nel 1555 a Milano, forse vittima di un intrigo.

L’incarico di erigere il monumento funebre di Gian Giacomo fu dato al grande artista Leone Leoni dallo stesso papa Pio IV, nel 1560. È importante sottolineare come Leoni operò in Duomo non alle dipendenze della Veneranda Fabbrica, ma in piena autonomia, rispondendo personalmente del proprio lavoro direttamente al papa, fratello del defunto.

Le bellissime statue in bronzo e gli altri elementi scultorei, sono inquadrati in una struttura architettonica di marmo bianco, impreziosita da sei colonne di marmi macchiati. Nello scomparto centrale, è collocata la statua del condottiero in armatura; negli scomparti laterali sono disposte, a un livello inferiore, le statue della Milizia e della Pace, sopra le quali due bassorilievi alludono ai fiumi Adda e Ticino, sulle cui sponde il Medeghino conseguì importanti vittorie. Il registro superiore del monumento è articolato in riquadri definiti da piccole lesene, che si concludono nel timpano dallo stemma mediceo. Al di sotto del timpano, è collocato il bassorilievo della Natività di Cristo; ai lati del monumento, due colonne maggiori, di marmo nero venato come le due minori centrali, reggono altrettante piccole statue, raffiguranti la Fama e la Prudenza.

Il monumento fu attribuito da Vasari a Michelangelo: in realtà la critica moderna ha invece accertato la paternità dell’opera a Leoni: la lezione michelangiolesca è indubbiamente alla base di questo capolavoro, che rimase per decenni modello imprescindibile per gli scultori attivi in Duomo.

Di tanti quesiti celati tra questi marmi, resta però un segreto che nessuno potrà mai svelare: cosa pensava il santo arcivescovo Carlo Borromeo di questo spregiudicato zio?