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Al mattino di Pasqua

Al mattino di Pasqua si affacciano volti che ci accompagnano a riconoscere e confessare la fede in Cristo risorto dai morti.

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31 Marzo Mar 2021 0924 31 marzo 2021

Al mattino di Pasqua, della nostra Pasqua, attraversando il tempo nella sempre sconvolgente novità dell’annuncio evangelico, si affacciano volti che ci accompagnano a riconoscere e a confessare che «il Signore Gesù è risorto dai morti». È il desiderio e il pianto per la “perdita del Signore” di Maria di Magdala, che solo il Risorto “converte” e “fa voltare”, fino ad affidarle il compito dell’annuncio di Risurrezione. È la ricerca e la corsa al sepolcro dei due discepoli, e la capacità del discepolo amato da Gesù di scrutare e scorgere la sua presenza “attraverso i segni”. È l’ostinazione e la curiosità di Tommaso che vuole “toccare” il Signore, che non si accontenta di “riconoscerlo” per sentito dire. L’assenza e il desiderio di incontrarlo, la sollecitudine e l’intelligenza del cuore per riconoscerlo, l’ostinazione di farne una esperienza diretta, personale, per poter confessare, ancora oggi: «mio Signore e mio Dio».

Volti e tracce del nostro mattino di Pasqua. Ci è di guida il Quarto Vangelo

Maria di Magdala
Il primo dei giorni, prestissimo, era ancora buio, Maria Maddalena va al sepolcro – vuoto – e corre da Simon Pietro e dal discepolo che Gesù amava dicendo: «Hanno portato via il Signore dal sepolcro, ma non sappiamo dove l’hanno posto» (Giovanni 20,1).

L’assenza è un dramma. È il buio, un mattino non nato. Gesù di Nazaret non c’è e con lui non si può stabilire nessuna forma di contatto. L’incontro con questo primo volto della Pasqua – Maria – non è una cronaca ma una sfida, nel tempo presente, per il discepolo di Gesù crocifisso e risorto. L’annuncio dell’assenza: “hanno portato via il corpo del Signore” nella forma del plurale risuona nell’oggi, anche se non ci rendiamo forse conto di quanto possa pesare per la nostra vita questa incapacità di “vederlo”!

Maria di Magdala rimane presso il sepolcro, all’esterno, in pianto. Non vi è nessun movimento. Immobilizzata dall’evidenza della morte, incapace di voltarsi. «Vede Gesù ma non sa che è Lui». Lo vede e non lo incontra. Il Vangelo di Giovanni indugia sul pianto di Maria, sull’incapacità di riconoscere il Signore risorto. E scruta – in lei – le paralisi di ogni discepolo che si ricreano quando la ricerca di Lui non va per la via che egli stesso insegna. Maria non muove i passi verso la vita, perché ferita e angosciata da un affetto ferito mortalmente. Il volto del pianto è sul passato, sul già conosciuto, sul buio della notte di morte, sul sepolcro vuoto, sulla certezza che “l’abbiano portato via”. Maria ha visto ciò che anche noi vediamo, nel momento dell’Eucaristia. Nei simboli della descrizione evangelica il posto occupato dal cadavere di Gesù è sostituito da un annuncio trascendente (angeli in vesti bianche). Nel luogo del cadavere c’è un annuncio!

«Perché piangi?». La domanda di Gesù è come un piegarsi attento e sollecito a rompere il circolo vizioso del senso di morte che prende di fronte a una perdita considerata ormai irreparabile. È un invito a rimettersi in cammino, anche se Maria volta le spalle al “mattino della Pasqua”, non riconoscendo la luce del Risorto che le parla. Lo interroga: «Se l’hai portato via tu, dimmi». Il suo amore non basta a riconoscerlo. Ma Gesù stesso, chiamandola per nome, la invita a “trasfigurare” il suo amore, il suo sguardo accecato dal pianto. Occorre “convertire” il desiderio della ricerca, il nostro stesso sguardo, accogliere un legame con il Cristo che “sale al Padre” (Giovanni 20,17); il Mistero della Risurrezione chiede il cambiamento radicale del nostro modo di cercare il Signore.

Gesù le consegna un “ordine”: «va’ dai miei fratelli e di’ loro: “Salgo al Padre mio e Padre vostro, Dio mio e Dio vostro”». Il Risorto insegna a Maria come lo si deve cercare e solo da quel momento può annunciare: «Ho visto il Signore!» (v. 18).

Pietro e il discepolo che Gesù amava
Al racconto di Maria: «hanno portato via il Signore dal sepolcro, ma non sappiamo dove l’hanno posto», due discepoli – Simon Pietro e il discepolo che Gesù amava – partono e vanno al sepolcro. «Correvano insieme, loro due. Ma l’altro discepolo corre avanti più veloce di Pietro. Arriva per primo al sepolcro. Si china, scorge le bende per terra. Ma non entra. Anche Simon Pietro arriva al sepolcro. Entra e osserva le bende per terra, e il sudario per coprire il capo, non per terra con le bende, ma a parte, piegato in un angolo. Entra allora anche l’altro discepolo, quello arrivato per primo al sepolcro: ed ecco, vide e credette» (cf Giovanni 20,3-8).

L’evidenza che ha paralizzato Maria provoca nei due discepoli un movimento. La corsa è il simbolo della ricerca. Ma non ogni ricerca porta a “vedere e credere”. Il Vangelo mostra l’amore di una relazione come una “corsa veloce”, un chinarsi a scorgere segni e comprenderne il significato. Uno spazio riflessivo, una sosta su “quel lenzuolo appiattito”. È un indizio importante, in contrasto con l’evidenza di un “cadavere rubato”. Il discepolo amato da Gesù scorge un particolare che sembra insignificante; la percezione di chi cerca amando è acuta, sa “vedere e credere”, coglie anche le sfumature che l’evidenza vorrebbe smentire. La relazione viva con il Signore conduce il discepolo a una certezza: la vita non può dissolversi nella morte dopo aver fatto l’esperienza della figliolanza con il Dio vivente. Noi subiamo la morte, ma Dio non è prigioniero nemmeno di questo ultimo avversario.

Il discepolo amato vive nel tempo questa relazione “originaria” che restituisce alla vita. Alla sera dello stesso giorno Gesù Risorto prende il posto nella comunità: «Stette in mezzo». Lui, presente, nella sua condizione di morto e risorto, «mostra loro le mani e il costato». È la manifestazione della pienezza sorgiva della sua condizione. Egli sta al centro con la forza della sua morte e risurrezione (cf Giovanni 20,19ss).

Viene come risorto e «alita lo Spirito su di loro». Non più quel soffio che dà vita al fango (come in Genesi 2,7), ma un soffio che ricrea l’umanità, trascinandola dalla condizione di fragilità a quella della figliolanza e fraternità.

Tommaso, detto Didimo
Didimo significa gemello. Tommaso è gemello della nostra umanità, diffidente, curiosa, ostinata. Tommaso non è con il gruppo quando viene Gesù (Giovanni 20,24) e non si fida di quelli che gli dicono: «Abbiamo visto il Signore». Si parla facilmente di incredulità, ma potremo arrischiare di dire che egli ci provoca a non fare affidamenti “impersonali”. La rivendicazione personale di Tommaso si esprime con: «Se non vedo, se non tocco, se non metto la mano… non credo» (Giovanni 20,25). Non gli basta la mediazione degli altri fratelli.

Gesù lo richiama, pur acconsentendo alla sua richiesta dicendogli: «Non essere più incredulo, ma diventa credente». Un altro movimento della ricerca del Risorto, un dinamismo affascinante segnato da un equilibrio fragile, in cui la mediazione dell’annuncio e la responsabilità della ricerca personale sono entrambe necessarie e sempre da tenere legate l’una all’altra.

La fede della Chiesa dipende da questo primo gruppo di testimonianze. Occorre tuttavia anche una grande e vera audacia, più volte richiamata nelle pagine evangeliche. È il coraggio della fede come itinerario esistenziale, dove il tutto di noi stessi è chiamato alla risposta, in un ricominciamento radicale, luminoso come la luce del Risorto, che rompe le catene della morte, che asciuga le lacrime, che rilancia umane e ragionevoli diffidenze.

Solo l’affidamento può condurci all’esperienza pasquale e alla conseguente confessione: «Mio Signore e mio Dio!». È un legame inscindibile, personale, che ci porta oltre al desiderio di vedere, di toccare e di investigare. Tommaso ha creduto. È la beatitudine più grande. Ed essa è donata.

La cecità del pianto di Maria di Magdala lascia il posto alla luce in questo mattino di Pasqua. I discepoli, oggi, confessano che il Signore risorto è presso il Padre e al contempo «con noi», nell’assemblea credente, come mediazione assoluta, da cui discende la forza della risurrezione. Noi ci accostiamo non con la pretesa di un contatto fisico, ma con l’affetto e la responsabilità, con la sollecitudine della ricerca che si affida a Gesù risorto. «Mio Signore e mio Dio!”. È la confessione che ci riconosce “beati”: felici, perché credenti, pur senza aver visto!

monsignor Gianantonio Borgonovo
Arciprete